Chiesa della Madonna della Fontana

Trovasi ad otto minuti di strada, a mezzodì della parrocchia, sulla via provinciale, presso una sorgente. Si chiama della Fontana, non solo perchè vicina a questa polla, ma più perchè nel mezzo del pavimento, poco oltre la porta principale, sotto la pietra rettangolare, alla profondità  di 2 metri, trovavasi una prodigiosa piscina. Lo attesta l’attuale sotterraneo, lungo metri 4 circa, largo metri 3 circa, coperto da volto reale a sesto abbassato, con un vuoto di m. 1,20 circa, fornito di due canali scaricatori, l’uno nell’angolo e direzione di maestro, l’altro nell’angolo e direzione di libeccio, col fondo velato da melma screpolata per la mancanza d’acqua. Da principio esisteva un piccolo Oratorio dedicato alla SS. Vergine, e di recente fabbricato nel 1532 dagli uomini del comune col permesso del vescovo, come è detto nella Visita Pastorale. Nella visita del 1 ottobre 1595 fu trovato ben tenuto e mantenuto con le elemosine dei devoti. Tale era l’affluenza dei fedeli che nel 1600 la comunità  fu costretta ad ingrandirlo, erigendo la bella e suntuosa chiesa, che tuttora esiste. Nell’atto costitutivo della cappellania comunale della Madonna della Fontana, scritto il giorno di giovedì, 1 febbraio 1626, da d. Gianfrancesco Rotari, cancelliere della Curia vescovile, si legge il titolo di « Miracolosa Vergine Maria chiamata della Fontana ». L’ affresco, veramente, rappresenta la Madonna col Bambino semigiacente sulle ginocchia e col S. Rosario. Le grazie, i favori, i miracoli ottenuti dai devoti, erano attestati dai numerosi quadri votivi, che stettero appesi a queste pareti fino la seconda metà  del secolo scorso. Quando l’uno dopo l’altro lentamente scomparvero per alleviare col reddito le angustie del misero sacrista. Ora è deserta e quasi abbandonata. Ciò non ostante merita una occhiata. La facciata è liscia. Termina con un cornicione sormontato da un frontone e croce ferrea. Nella metà  superiore s’apre una finestra semirotonda, sotto cui, fuori delle sue estremità , due finestre lunghe ed arcuate. Nella metà  inferiore, distinta dalla superiore con un listello di pietra, a piombo alle due predette, altre due lunghe e rettangolari. In mezzo alle quali sopra quattro gradini esterni s’allarga una bella porta rettangolare in stile barocco, sormontata dallo stemma della comunità  e chiusa da battenti specchiati, con bei fiorami in rilievo. Completano i fianchi della facciata due altre porte incomplete, corrispondentI ai cunicoli scavati per togliere l’umidità  all’edificio e per entrare dalle porte laterali. L’interno ha una sola nave (metri 9 x 18) coperta da imbotte, con piccola sezione a spicchi verso l’altare maggiore, ove s’apre un finestrone semirotondo. Il volto è attraversato da larghe nervature in corrispondenza delle paraste, che sostengono un bel cornicione, privo dell’architrave sopra le cappelle. Il basamento, i capitelli delle paraste, il cornicione, tutti in pietra statuaria, corrispondono armonicamente con tutto il complesso. Oltre la cappellina dell’altar maggiore ve ne sono altre quattro per ogni lato, occupate da sei altari e da due porte secondarie, sottostanti a due tribune, fatte per il pergamo, quella verso l’epistola, e quella opposta per l’organo, lentamente scomparso. La larghezza tra le due porte è metri 13. L’altar maggiore, che secondo la visita pastorale del 1634 era in venerazione del popolo, racchiude dipinta sul muro l’immagine di Maria SS. del S. Rosario, seduta sopra un trono tra S. Giov. Battista e S. Eurosia, e sotto ad essi, aggiunti da altro pennello, S. Domenico e S. Caterina da Siena. Questa aggiunta, probabilmente, si eseguì nel 1702, quando l’altare fu rifatto in pietra dal conte Antonio Guarienti, Capitano del Lago e donato alla comunità , come si legge nell’iscrizione appostavi. L’altare è alquanto grande per la cappella, larga metri 4 e profonda 3. E a questo che v’è annessa la sopraccennata cappellania comunale. Posteriormente giace, incassato nel terreno, il coro (Iargh. m. 5,40 ; lungh. 9,20). In origine era circa la metà , ed illuminato da due sole finestre. Poi, tra il 1692 ed il 1710, fu allungato ed illuminato da altre due finestre a spese della Compagnia di S. Domenico, detta anche del Rosario o dei Bianchi, che qui vi aveva sede. L ‘ingrandimento del coro fu fatto per lasciare libera la chiesa ai fedeli, quando la confraternita si adunava pel canto dell’ufficio e per la recita del Rosario. Il 25 luglio 1797 il governo rivoluzionario francese fece chiudere la chiesa, soppresse la Compagnia dei Bianchi, asportò i registri, incamerò tutti i beni, tra cui l’aggiunta al coro, che è tuttora sotto il dominio demaniale. La parte a smusso fuori dei balaustri dalla parte dell’epistola contiene la porta della sacristia e la soprastante nicchia colla statua di S. Caro. Viene poi la cappella con l’altare, dedicato a S. Bartolomeo apostolo ed a S. Carlo. Fu fatto erigere da Luca Tronconi fu Bartolomeo, ed è ancora da finire, come lo era nel 1634. La statua di S. Giovanni Nepomuceno sembra sia stata aggiunta più tardi, perché nella visita dell’anno predetto non si fa alcun cenno a suo riguardo. Nella terza cappella contigua, essendo la seconda occupata da una porta laterale, v’è rizzato un altare di legno con tela ad olio, rappresentante S. Carlo. Esisteva nel 1634 e ne era proprietaria la nob. famiglia Cristoforo Toblini, la quale il 13 giugno 1796, con rogito del notaio Giuseppe Benedetti, accrebbe la piccola cappellania istituita dal comune fin dal 1683. Nella quarta cappella contigua sorge un altare di marmo con tela ad olio, dedicato a D. O. M. alla Vergine Madre di Dio a S. Francesco d’ Assisi e a S. Valentino. Fu fatto erigere nel 1659 da Pio R. Chincarini d’anni 82. La parete a smusso presso i balaustri verso il vangelo contiene la porta del campanile e sopra ad essa ùna nicchia colla statua di S. Benigno. La cappellina a fianco presenta un altare a stucco in discreto barocco, una buona tela con l’Annunciata dall’Arcangelo Gabriele. Il 25 marzo d’ogni anno, finchè fu festa di precetto, a questo altare si cantò la Messa. E fino al 1914, per legato fondato nel 1675 dal sac. Gio. Batta Zorzi, venne estratta la grazia per una nubenda. Nel 1915 questa grazia con decreto legge fu stornata ad altri scopi. La terza cappella su questo lato, essendo la seconda occupata dalla porta, conteneva essa pure fin dal 1634 un altare di legno da poco crollato. Ora conserva soltanto la discreta tela del pittore Nicolaus Cristani. In essa v’è figurato in alto: la Madonna pregante il suo divin Figlio, che, mosso dalle preghiere della Madre, si lascia cadere di mano le frecce o castighi che voleva scagliare sul mondo: castighi che tosto vengono spezzati dagli angeli circostanti; in basso, a sinistra, sta S. Nicolò da Tolentino, religioso eremitano, a destra San Rocco protettore contro la peste. L’ultima cappella attigua è occupata da un altare di marmo con tela ad olio. E’ dedicato a D. O. M., a S. Antonio patavino con S. Francesco d’ Assisi e San Francesco da Paola. Fu eretto nel 1655 a spese di Gio. Batta Maffei fu Bartolomeo, detto Devai, che vi unì una cappellania comunale con atto del notaio Gelmetti, 16 maggio 1663. Sulle pareti laterali di questa cappella troviamo due vecchi affreschi rimessi entro cornici di pietra (m. 1 x 0,60). Forse avanzi del primiero Oratorio. Dalla parte dell’epistola è raffigurato un sacerdote completamente parato per celebrare la S. Messa (S. Valentino?). Dalla parte opposta un frate domenicano (S. Domenico?). Sopra la porta maggiore è appesa una bella tela rappresentante il penitente re Davidde, assolto dal profeta Natan. La pila dell’acqua santa, in marmo giallo, lavoro barocco, con lo stemma del municipio nel zoccolo, che sorge quasi nel mezzo della nave, è piuttosto un ingombro ed un di più, esistendo sei lavelli fissi presso le porte. Il coevo campanile, incastrato negli speroni dell’edificio, è a base semiquadrata. La cella campanaria nei Iati minori s’apre con una finestra arcuata, nei Iati maggiori con due. E’ fornita d’una sola campana fusa da Cavadini di Verona nel 1888 quando si ruppe la precedente. La chiesa, con tutte le adiacenze, già  in disordine, fu occupata e sciupata ancor più durante la guerra 1915-1918. Venne rinnovato il pavimento nel coro, riparate le scrostature, ridate le tinte e restituita al culto per la prima domenica d’ottobre del 1923. Vi si canta la S. Messa la festa di S. Marco, il primo giorno delle Rogazioni, il giorno di S. Antonio di Padova, il dì di S. Eurosia, la prima domenica di ottobre e quando lo richiedono i devoti.
Testo tratto da “Malcesine” di Giovanni Borsatti