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Cultura e Storia
L'antica Pieve di S. Stefano di Malcesine



La demolizione della chiesa primitiva, non mai abbastanza deplorata, ci toglie irreparabilmente il piacere di contemplare quel vetusto monumeto, e di leggere nell'architettura, nelle iscrizioni e nei dipinti la sua storia. Anticamente sorgeva qui un tempio pagano, dedicato alla Madre degli dei ed Iside, restaurato al tempo dell'im-pero romano da G. Menazio Fabio Severo. Quando s'introdusse qui il culto cristiano, a noi sorride come quasi certa l'opinione di molti che quel tempio venisse trasformato e dedicato a S. Stefano, come la Chiesa aveva costume di fare con simili monumenti pagani, ma non abbiamo documenti in parola. Certo è che a metà  del secolo VIII esisteva una chiesa col titolo del Protomartire, nella quale, al principio del secolo IX, per ordine di Rotaldo vescovo di Verona, furono onorevolmente collocati i corpi dei santi eremiti, Benigno e Caro. Non si conoscono però i nomi dei sacerdoti, che la ufficiavano, mentre si sa che nell'anno 844 l'arcidiacono Pacifico possedeva in Malcesine degli ulivi, e nel 932 il diacono Dagilberto delle case. Nel 1023 si trovava in luogo il sacerdote Bruno, con la carica di Vicedomino del vescovo di Verona, Giovanni, ed il diacono Pietro, secretario, ma non è segnato l'ufficio che avevano nella chiesa. Nel 1159 la Pieve era retta dall' arciprete Manfredo con altri sacerdoti e chierici, e le venne riconosciuto la proprietà  della cappella di S. Zeno di Brenzone colle sue decime e possessioni, della cappella di S. Angelo con le sue pertinenze, della cappella di S. Nicolò, della cappella dei SS. Simone e Giuda e Giovanni Evangelista, con le sue pertinenze, ed il diritto di percepire annualmente dalla rocca malcesinese un moggio di olio per i luminari. Nel 1197 I'arciprete Vivenzio, il sacerdote Giovanni ed il chierico Aprile, tutti della chiesa di S. Stefano di Malcesine, in nome della stessa Pieve ebbero in locazione perpetua da Ugone abate del monastero di San Zeno di Verona la chiesetta di S. Vito di Brenzone con tutte le sue possessioni, ragioni e pertinenze, posta in contrada detta ai Venti, ora Porto. Nel 1218 dal vescovo Norandino, e poi nel 1225 dal vescovo Giacomo, I'arciprete Giovanni ottenne la conferma del diritto di tutta la decima dei novali e di tre parti della decima dei veteri, diritto già  conferito alla Pieve dal vescovo Ognibene (1157-1185) o da un suo antecessore . Nel 1313 I'arciprete Gregorio restaurò la chiesa per ordine del vescovo Tebaldo II°, che in compagnia di Cane della Scala venne a far la revisione dei corpi dei SS. Benigno e Caro ed a riporli in una nuova urna di pietra sotto l'altare maggiore, al quale furono apposte tre iscrizioni in memoria della solennità  straordinaria. L' arciprete Tebaldo dei Gaglialberti il 12 ottobre 1336 concedeva a Bortolo Noto di erigere una chiesetta a M. V. in Castello di Brenzone. Nel 1385 per cura dell'arciprete fu costruito il portico della canonica, tuttora esistente, con la lapide, che lo ricorda. Da principio la Pieve possedeva 21 porzioni clericali o benefici, che nel 1440, dal pontefice Eugenio IV, furono ridotti a 6, dei quali uno nel 1458 passò in dote alla tesoreria dei chierici, ossia accoliti di Verona. Il 26 marzo 1514 vi predicò il rinomato padre dell'Ordine dei Frati Minori, Bernardino da Feltre, ora Beato, e vi fondò le Confraternite del SS. Sacramento e dei SS. Benigno e Caro. Primi iscritti nell'elenco furono donna Ginevra Lodrone in Miniscalchi e messer Antonio Maria Miniscalchi suo figlio, abitatori e proprietari locali. Fino al 1530 la Pieve o parrocchia di S. Stefano ebbe a sè unito tutto il brenzonese, a cui provvedeva nello spirituale con un rettore, che ufficiava ultimamente nella cappella di S. Gio. Batta di Brenzone. Questa cappella nel 1532, in seguito alle visite pastorali, veniva eretta in chiesa parrocchiale, sostenuta dalla Pieve con contributo annuo di cere e 150 lire. Da questa nuova parrocchia si staccava più tardi quella di Castelletto (a. 1677) e quella di Castello (a. 1797). II pontefice Pio IV°, con breve del 16 ottobre 1562, essendo vacante, e con un reddito annuo inferiore a 300 ducati, conferiva la pieve di Malcesine ai Padri Olivetani, perchè vi fondassero un monastero « infirmitatis aut recreationis causa ». Vennero questi nel 1563, ma non osservarono l'obbligo contenuto nel breve. Nominavano teoricamente il personale del monastero, ed in pratica mandavano un vicario, eletto da loro ed approvato dal vescovo di Verona, e qualche altro religioso. Sulle prime non incontrarono troppa simpatia nel popolo, e per qualche loro imprudenza ebbero delle noie nella visita pastorale del 1567. Durante questa visita lo stesso vescovo Agostino Valerio, il 23 febbraio, ad istanza degli uomini di Cassone, erigeva quella chiesa in parrocchia, obbligando la Pieve a darle 12 ducati annui: assistevano come testimoni l'ill.mo sig. Giacomo Sansebastiani, Capitano del lago ed il cav. Giacomo Spolverini. L'anno 1624 per cura di Federico Carlotti, canonico di Verona e sindaco dell'amministrazione dei venerabili chierici, fu fatta ex novo la vasca battesimale. La primitiva scomparve unitamente alle sue antiche memorie. Nel 1729, come se non esistesse altro spazio ove potersi innalzare una nuova chiesa, dietro l'impulso dei padre olivetano Mauro Gilardi e con l'elemosine dei parrocchiani, si mise mano a demolire la vecchia. Per non sospendere I'ufficiatura si ricorse all'espediente di abbatterla a porzioni verticali in modo da non demolire la seguente se prima non fosse rifatta l'antecedente. Ciò nonostante avvenne talvolta che le sacre funzioni furono turbate da qualche temporale e dall'acqua che vi calava. Dopo circa 10 anni di lavoro la parte principale era compiuta, cioè i muri perimetrali, il tetto, il volto ed anche il campanile. Del tempio primitivo non ci pervenne alcuna descrizione, nè alcuna pianta. Un estensore di alcune note scrisse soltanto che « era più degno ricettacolo delle fiere che del Dio del cielo » . Un disegno del lago, eseguito su pergamena nel secolo XV°, nel punto di Malcesine, oltre la rocca ed il palazzo, con leggere linee raffigura la chiesa col portico ed il campanile cuspidato, elevantesi a mezzodì. Il verbale della visita pastorale del 21 febbraio 1567 riferisce che in essa esistevano sette altari, cioè l' altare maggiore, l'altare della B. V. Maria, l'altare di S. Orsola, l'altare della B. V. M. e di S. Rocco, l'altare di S. Antonio abate e S. Giacomo maggiore, l'altare di S. Pietro e l'altare di S. Croce. La convenzione del 4 dicembre 1679 tra la comunità  e D. Massimiliano Poli attesta che esisteva anche l'organo. A ricordo dello scomparso edificio ci restano soltanto alcuni frammenti. Un frontespizio di ciborio, uno stemma scaligero ed un acroterio, incastonati nei muri dell' orto della canonica . Un fusto di colonna in marmo greco, sorreggente la croce ferrea in Pisor. L' urna dei SS. Benigno e Caro, murata nell'oratorio presso l'altare dalla parte dell'evangelo. Alcuni coperchi di tombe nel pavimento della porta della sacrestia e del battisterio. La vasca del battesimo. Ed alcuni capitelli di colonne a vario stile, usati ora come piedistalli per i gonfaloni. II 26 agosto 1766 fu demolito il vecchio altare maggiore e nel suo luogo fu costruito il presente, senza trono per l'esposizione del SS. Sacramento. Ne fu l'architetto Sartori ed esecutore della porticina del tabernacolo il sig. Bellavite. Costò lire venete 4198, 15, e furono pagate in quattro anni con parte delle decime assegnate alle fabbriche. Una ducale da Venezia, in data 17 settembre 1768, ordinava che tutti i religiosi aventi cura d'anime e residenti fuori del loro convento dovessero ritornarvi entro 6 mesi. Dietro a tale ordine il 7 marzo 1769 i padri olivetani lasciarono la parrocchia, e questa venne affidata alla cura dei sacerdoti secolari, i quali vi durano tuttora. II beneficio parrocchiale durante la dominazione veneta consisteva in un quarto delle decime d'uliva, d'uva e di frumento, non solo del comune di Malcesine, ma anche di Brenzone, con molti livelli in olio, e col diritto di un quarto della barca corriera, che faceva servizio pubblico sulla riviera gardesana da Malcesine a Lazise e viceversa. Durante il governo napoleonico fu fatta la perequazione delle decime ed abolita la barca corriera, per cui ora è ridotto alla congrua governativa . Il 1° di ottobre del 1769, tre anni dopo la commissione, fu inaugurato l'altare mediano laterale a destra. E costruito in stile barocco con pregiatissimi marmi di Carrara, africano, lapislazzoli, a quattro colonne, ornato con fiorami, quattro angeli, una pala di Felice Boscaratti, e un'urna a guisa di grande tabèrnacolo. Costò 24 mila troni. Fu fatto a spese della compagnia dei SS. Benigno e Caro per collocarvi i corpi dei medesimi, custoditi fino al 1766 sotto l' altare maggiore, allora rinnovato. Nel 1771, per cura del comune, che spese 500 ducati, sorse a sinistra, di fronte al predetto, l'altare della B. V. delle sette allegrezze. E quasi eguale, ma più appariscente per vivacità  dei colori dei marmi. Fino ai 1797 vi fu annesso la confraternita della gioventù femminile con regolamento somigliante a quello dell'odierno Oratorio. Nelle altre cappelle minori si erano già  accomodati provvisoriamente la maggior parte degli altari vecchi. A quello della B. V. Addolorata era annesso un legato con un capitale di ducati 700 dal grosso, istituito il 17 maggio 1738 dal sig. Paolo Benedetti fu Giovanni da Malcesine, con obbligo alla Compagnia della Madonna Addolorata di far celebrare quivi 84 Messe in perpetuo, nei giorni festivi, dopo la Messa parrocchiale. A quello di S. Antonio abate e S. Giacomo detto il maggiore era unito una cappellania, fondata il 12 luglio 1439 dal sig. Giovannino fu Antonio, detto Dondoi, per mantenere in perpetuo un sacerdote, che vi celebrasse la Messa per l'anima sua e per quella dei suoi defunti. Così pure era connessa, come oggidì, all'altare della SS. Triade una cappellania comunale, istituita il 2 settembre 1652 dal sac. Novello Grandi. Dopo d'aver risolte e superate parecchie difficoltà , la vigilia del S. Natale del 1796 si aggiunse all'altare maggiore il trono marmoreo per esporvi il SS. Sacramento. La spesa occorsa fu di troni mille, elargiti da Andrea Benamati, detto Sia. I banchi del coro ed altri mobili di chiesa e di sacristia si erano già  provvisti col danaro ricavato dalle donne, filando di festa per i mercanti di Salò. Nel 1822 fu costruito un nuovo organo nella tribuna sopra la porta laterale, dal lato dell'epistola, e fungeva da cantoria la tribuna di fronte. L'uno e l'altra nel 1852 passarono sopra la porta maggiore, disparvero così le quattro tribune, e le statue dei SS. Benigno e Caro occuparono le due nicchie del coro. Si lastricò il pavimento e si costruirono i panchi. Nel 1860 si fornì il campanile con cinque sonore campane, uscite dalla fonderia Pietro Cavadini di Verona, concertate in mi bemolle maggiore. Furono pagate dai contadini col denaro acquistato cogliendo l'uliva nei giorni di festa. Nel 1869 venne allargata la reza o piazzale della chiesa, asportato il terreno dell'antico cimitero, e vestita con forma architettonica la facciata della chiesa, dalla cima fino poco sotto le nicchie; tredici anni dopo, le fu aggiunto il basamento e raddrizzati i gradini. Nel 1907 si eresse il nuovo altare della Madonna Addolorata, ed il vecchio completato passò di fronte, nella cappella della SS. Trinità . Nel 1913 venne finalmente decorata dagli artisti Trentini e Castagna. Fu detto da intelligenti che in tutto il complesso è bellina e graziosa, merita quindi una rapida visita. Ha un sola nave ad angoli smussati (larg. m. 12,50, lungh. m. 20, escluso il presbitero), ornata da maestoso cornicione, spezzato e sorretto da paraste in sobrio barocco, coperta da volta a varie sezioni, a cono nelle estremità , a imbotte nelle parti intermedie, nel mezzo a vela con medaglione, attraversata da nervature e rotta ai piedritti da lunette per dar posto alle finestre. Nei quattro canti sono dipinti gli scudi di Malcesine, di venezia, degli Scaligeri e del card. Bacilieri, sopra le cappelle i simboli dei santi a cui sono dedicate, sulle nervature e negli intermezzi, rosoni ed altri ornati, tutti lavori di Trentini e Castagna (a. 1913). Nel medaglione v'è affrescato la gloria di S. Stefano, opera del pittore veronese Odoardo Perini, già  eseguita nel 1750 c. Il presbitero più ristretto (largh. m. 9, lungh. m. 12,50), ornato pure col cornicione, continuato e paraste, è coperto da volto a vela con medaglione portante il martirio di S. Stefano, opera del medesimo O. Perini. Gli ornati e gli emblemi dei quattro evangelisti negli angoli peducci è lavoro del Trentini. Nei cimieri, nelle cartelle negli archisogli ed altrove si leggono iscrizioni riportate in Appendice. Come fu detto, oltre l'altare maggiore ve ne sono altri sei, tre per Iato, internati in simmetriche cappelle, profonde m. 2,50, delle quali le due mediane sorpassano il cornicione . Entrando dalla porta maggiore a destra si trova il battistero, seguito dalla prima cappella con l'altare a stucco in barocco, come tutti gli altri. E' dedicata a San Pietro apostolo, ma la tela di cui si orna è un Cristo deposto dalla croce con le persone pietose, che lo piangono e lo compongono. Questa opera meravigliosa, come narra il Vasari, è di Girolamo dai Libri, che attirò i cittadini veronesi ad abbracciarlo e rallegrarsi con Francesco suo padre. Stette nella cappella della famiglia dei conti da Lisca, nella chiesa di S. Maria in Organo, fino al 1719, allorchè venne rifatto I 'altare fu tolta di là  e per intromissione di uno di quei padri residente in questa parrocchiale come vicario dell'abate, venne a finir qui. All'epoca napoleonica la tela venne smontata, rotolata e nascosta, e pel malo trattamento quando si rimise su l'armatura subì molte scrostature e parecchie pulighe o bolle di colori. Nel 1875 c. fu riparata da Muttoni di Verona, che la caricò forse troppo di vernice. Il 3 luglio 1910 fu nuovamente restaurata e rinforzata con altra tela da Bonomi, pittore di Venezia, mandato dall' Accademia di Belle Arti di là , e nel 1915 venne portata a Verona e « collocata in luogo predisposto a sicuro riparo da ogni eventuale insidia di guerra ». La primavera del 1921 fu restituita e rimessa al posto che occupa. La seconda cappella, che sorpassa il cornicione, è dedicata ai santi eremiti Benigno e Caro, i cui corpi sono rinchiusi nell'urna posta su l'altare. La pala li rappresenta nell'eremo, l'uno col teschio sulle ginocchia, che medita la morte, l'altro colla disciplina, che si percuote le nude spalle. E' lavoro del pittore veronese Boscaratti Felice, eseguito nel 1769. La terza cappella è dedicata alla SS. Triade. Il presente altare fu messo e completato nel 1907. Il precedente passò nella chiesetta di S. Michele al Monte. La pittura malandata rappresenta in alto le tre divine Persone, che incoronano la SS. Vergine Maria, in basso la figura di D. Novello Grandi, che commise il quadro. La quarta cappella è il coro o presbitero od altar maggiore. Il grande quadro ad olio, incorniciato a stucco, nella parete dell'epistola, rappresenta Elieser fido servo di Abramo, che porge i regali a Rebecca, futura sposa d'lsacco. L 'altro eguale di fronte mostra Abigail che presenta a Davide i cibi negatigli dall'ingrato Nabal, suo marito. Il quadro sullo sfondo del coro rappresenta il diacono protomartire S. Stefano, mentre distribuisce la S. Comunione ai fedeli. E' lavoro ben riuscito, perchè in poco spazio sono contenute nove persone al naturale, varie per sesso e condizione, e tutte spiranti fede, amore e venerazione verso la SS. Eucaristia. Anche questi tre quadri sono lavoro del prelodato Boscaratti. Le due statue nelle nicchie rappresentano i santi patroni Benigno e Caro con la merla e le rape tradizionali, ma con quel rosario pendente dalla cintura non reggono alla storia della critica, perchè essi morirono nell'808 e l'introduzione del Rosario si fa ascendere ai tempi dì S. Domenico circa quattro secoli dopo. Non resta più memoria di quella colomba di metallo dorato, che dai sec. IX° fino al 1775 fu veduta pensile sopra l'altare. Ritornando dalla parte sinistra si trova la quinta cappella dedicata a M. V. Addolorata, la cui statua è rinchiusa nella nicchia dell'altare, eseguito dalla ditta G. Ferrari di Sant' Ambrogio di Valpolicella. La più recente grazia ottenuta .dalla comunità  è l'istantanea liberazione dal morbo colera, comparso nel 1855: la ricorda la lapide murata nella parete dell'epistola. L'altare è privilegiato, e lo conferma l'iscrizione posta nella parete dell'evangelo . La sesta cappella, con bello e maestoso altare, come quello di fronte, ma più appariscente per i marmi a vivaci colori, contiene la statua di M. Vergine sotto il titolo delle Sette Allegrezze, che sono dipinte ad olio sui sette ovali, che attorniano la nicchia. Fu fatto a spese della comunità , la cui arma con la data è incisa dietro al corno dell'evangelo . La settima cappella, ovvero la prima a sinistra di chi entra, ha un altare molto semplice, ed è l'unico fra gli altari laterali, che abbia due colonne soltanto. Fu comperato in seconda mano presso una parrocchia trentina nel 1860. E dedicata al patriarca S. Giuseppe, protettore degli operai, a S. Antonio abate ed a S. Valentino, protettori del gregge e degli armenti. La tela fu dipinta da Recchia nel 1862, come è notato sulla stessa. La porta a sinistra mena alla cantoria. Nella sagrestia si trovano parecchi quadri di ignoti autori e di non molto pregio. L'originaria iscrizione dipinta intorno alle pareti nel 1740, scomparì sotto iterate imbiancature. Nel corridoio, già  detto di S. Giovanni, ora tramutato in Oratorio, v'ha un altare di legno con nicchia, che racchiudeva una immagine della Madonna Immacolata scolpita dal dilettante malcesinese Saglia Benigno, sopranominato Barbon Crema. Ora vi sta l'Immacolata di Lourdes. Il solido campanile quadrangolare ha la cella campanaria in pietra squadrata, con porte rotonde binate per ogni lato, coronata da balaustri, terminante in prisma ottagonale, sormontato dalla croce. La facciata della chiesa è abbastanza armonizzata. E' ancora incompleta. Mancano le statue nelle quattro nicchie della parte inferiore, i vasi di fiori ai lati della parte superiore e la croce acroterica sopra l'attico. Ora però si sta provvedendo per compirla bellamente.

 


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