Chiesa di S. Zeno in monte

Questo eremo sorge in luogo alpestre, orrido e solitario sopra Cassone. Per accedervi da Malcesine occorrono tre ore di faticoso cammino. Fu costruito in varie riprese, secondo le forze finanziarie di chi pietosamente se ne curò. L ‘edificio offre nulla di attraente. L’asse maggiore volge da mezzodì a settentrione. La metà  della facciata è investita da fabbricato rustico. Sopra la navata (circa m. 6 x 12) incombe un liscio volto a cantinelle. Un altro, più stretto e basso, opprime il presbiterio e l’altare. Ai Iati di questo, due porticine mettono nel coretto semiottagonale. La luce entra soltanto da sera attraverso piccole finestre rettangolari. A mattina, nell’angolo esterno, formato dal presbiterio e dal sopravanzo della navata, sorge il campaniletto alto circa 7 metri con finestre arcuate, coperto con tetto a quattro falde. Nonostante la sua povertà , è abbastanza celebre perché si trova in luoghi abitati da santi, e perché sotto l’altare vi sono deposti corpi santi. La tradizione consegnata alla storia in un codice del sec. Xl° ci dice che tra queste rupi, « latibulum in eminenti specula situm, angusto et periculoso calle. » tra VIII° e IX° sec. condussero vita eremitica i Santi Benigno e Caro, noti nella storia per la traslazione dei corpo di S. Zenone, fatta a Verona nell’807. Morti che furono, il vescovo Rotaldo ordinò che fossero onorificamente sepolti nella chiesa di S. Stefano di Malcesine, ed egli stesso li suggellò e pubblicamente li proclamò degni di culto liturgico. Lo ricorda l’iscrizione posta sul loro sepolcro nel 1310, e lo rammenta il documento della ricognizione delle ossa, fatta dal vescovo Nicolò Antonio Giustiniani il 12 ottobre 1769. La locale tradizione riferisce che, oltre i detti santi, vissero santamente tra queste rocce altre persone e precisamente una, chiamata Oliveta. Costei è ricordata in una iscrizione latina, che esisteva sulla pala o quadro dell’altare demolito nel 1765, e raccolta e messa in atti dal notaio Turazza. L ‘iscrizione, tradotta in lingua volgare, dice: « All’infanzia di Gesù Cristo, a S. Zenone vescovo di Verona, ai SS. Caro e Benigno ed Oliveta, fratelli, abitatori di questo eremo, dedicò Francesco Capello veronese, l’anno del Signore 1504 ». Non è chiaro in qual senso si debba intendere che Benigno e Caro ed Oliveta fossero fratelli, se di sangue o dì religione eremitica. Pare che si debba inclinare più nel secondo e non nel primo, perchè i documenti antichi riferentisi ai santi non fanno parola di Oliveta, ed anche perchè D. Antonio Pighi, nelle note apposte ai cenni di D. F. Chincarini, dice che Oliveta visse nel 1200, cioè 400 anni dopo di loro. In questo caso diventerebbe una fiaba secentesca l’accusa che ebbero i Santi per Oliveta. Il 2 luglio 1765, causa la demolizione dell’altare, sospeso dal vescovo Giustiniani, furono scoperte varie cose. Dalla parte dell’epistola si trovò una cassetta contenente un tovagliolo intatto, varie particelle di ossa, cenere, terra e radici. Dalla parte del vangelo una pietra turchina incavata e coperta da tegole, con entro un lume fornito di esca, due pezzetti di pietra verde antico e varie particelle di ossa. Nel mezzo, sotto la pietra sacra, un grosso termine infisso nel pavimento, segnale di un loculo, formato da un lato dal detto termine, e dagli altri con sassi e pietre grosse e rozze “segnate con ziffere non rilevanti” . Il loculo racchiudeva due teste, l’una intiera con denti candidi, l’altra ridotta in parecchi pezzi, ed insieme ad esse, scapole, omeri, cubiti, vertebre, costole, natiche, femori, tibie ed altre ossa. Il notaio Domenico Antonio Turazza, che stese il verbale della demolizione, e la nota degli oggetti rinvenuti, riferì che le particelle ossee contenute nella cassetta e nella pietra turchina, erano “considerate rimanenze delle reliquie dei SS. Benigno e Caro” già  deposte nella chiesa parrocchiale di Malcesine. Dei due corpi trovati nel loculo sotto la pietra sacra, non disse di chi fossero o di chi si reputassero, nè si curò di tra scrivere le « ziffere non rilevanti », che segnavano le pietre, che li circondavano. Per tale silenzio ed omissione, quelle reliquie insigni restano per noi anonime. E questa anonimia ci solleva due domande:1° – Uno di questi corpi è forse di S. Oliveta? 2° – E S. Oliveta aveva forse una compagna o discepola, come Benigno aveva Caro? La tradizione popolare smarrì la notizia che Oliveta sia stata qui sepolta e che avesse avuto seco una compagna. La dedica di Franc. Cappello non fornisce materia nè per l’una nè per l’altra ipotesi. Potrebbero essere affermative le risposte da darsi, ma finora non si possono dare nè affermative nè negative perchè non si conoscono i documenti decisivi. Il fatto però di trovarsi quelle ossa sotto la mensa dell’altare nel 1765, nonostante il divieto generale della S. Congregazione, promulgato il 10 novembre 1599, ci assicura che quei corpi sono reliquie di persone già  beatificate almeno dall’autorità  vescovile. Perchè fino al 1625 il vescovo poteva, per la sua diocesi, dichiarare beato e permettere il culto di colui o colei, che dopo adeguato esame o processo, si trovasse fornito delle dovute qualità , ed era usanza di collocare i corpi dei beati o dei santi sotto la mensa dell’altare, come fu fatto con quelli di Benigno e Caro. La mancanza di autenticità , o del documento che dichiari a quali beati o beate appartengono le reliquie, non impedisce che si tengano nella debita venerazione. Anzi il vescovo di Verona, Aurelio Mutti, la lodò e la raccomandò. II 13 aprile 1766, ultimato che fu il nuovo altare, tutti gli oggetti trovati nell ‘anno precedente, si rimisero al loro posto entro nuove cassette. Molti personaggi vennero quassù a venerare il piccolo santuario, e fra questi fu notato un nobile di setta luterana, chiamato Tomaso Antonio Grubmiller, figlio di Vigilio Michelangelo e Catarina di Ursino da Ratisbona, il quale, poco tempo dopo, fece l’abiura dei suoi errori nella chiesa di Rovereto trentino, confessando che il principio della sua conversione lo ebbe dalla visita fatta a questo eremo. L’esistenza di questa piccola chiesa è accertata nel 1320 da] sopraccennato codice capitolare CCIV, e se ne fa menzione nei libri delle visite pastorali, ove si legge che nel giugno del 1532 era sotto la custodia di D. Giacomo, e che nel 1° ottobre 1595 l’eremita Tomaso De Zorzi aveva di essa buona cura. Il 15 luglio 1797 fu fatta chiudere dal governo francese unitamente a quella della Madonna della Fontana e di S. Michele, e fu riaperta quando cessarono quelle turbolenze. Il 27 settembre 1843, in occasione dello spostamento dell’altare, essendo qui presenti il vicario foraneo, delegato speciale della Curia, l’arciprete di Malcesine, il parroco di Cassone ed il primo deputato comunale, si rinnovò la ricognizione delle tre cassette riposte nel 1766 e fu rinnovata la cassetta del loculo perché guasta da tempo. Una lapide del 1844 dice che Giacomo Moroni, eremita, dei SS. Benigno e Caro eresse il coro. Veramente il coro esisteva anche prima, riparato nel 1702 e ricordato nell’atto Turazza, 6 agosto 1765. E da ritenere che quel coro, essendo piccolo, sia stato ingrandito dal Moroni colle offerte spontanee dei devoti. Fra tutti i cultori di questo santuario, merita encomio il Rev. D. Fumiani Gio. Batta, curato e maestro in Malcesine per 50 anni circa. Egli, mediante elemosine elargite dai malcesinesi emigrati negli Stati Uniti d’America, prolungò la tettoia, che teneva il luogo di navata, la foderò con volta a cantinelle, prolungò il coro, lo fornì dei nuovi banchi, provvide gli addobbi e molte sacre suppellettili. Coltivò nel popolo la devozione, svolgendovi delle religiose funzioncine, e non fu pago fino a che non salì quassù lo stesso vescovo. Epoca memoranda nei fasti di questa chiesuola fu e sarà  sempre il 16 agosto 1898. Ascese quivi una lunga processione di popolo con a capo l’E.mo Card. Bacilieri, allora vescovo coadiutore, accompagnato da 14 sacerdoti malcesinesi, fra cui mons. Casella, prelato domestico di Sua Santità  e D. Antonio Berti, sacerdote novello. Questi cantò la sua prima Messa presente il vescovo ed assistito da due altri sacerdoti novelli, D. Bottura Eugenio e l’autore delle presenti note. La festa è bellamente ricordata in una lapide posta nella parete orientale della navata. La proprietà  dell’eremitaggio spetta al comune di Malcesine, la giurisdizione ecclesiastica alla pieve di S. Stefano di Malcesine. Fu stampato: 1° – che l’eremo è fra i limiti della parrocchia di Cassone; 2° che i parrocchiali diritti spettano al parroco di Cassone. La storia è: 1° – che i confini della parrocchia dei SS. Benigno e Caro di Cassone non furono mai geograficamente e giuridicamente segnati; 2° – che nell’atto della sua erezione in parrocchia (1567) si nomina soltanto la chiesa di Cassone e si tace di quella di S. Zeno; 3° – che nella visita pastorale dello ottobre 1595, fatta alla chiesa parrocchiale della pieve di S. Stefano di Malcesine, è confermato che « …sotto la qual pieve sono le chiese infrascritte, cioè: La chiesa di S. Zeno in monte, che ha nessun reddito, ed in essa v’è un certo Tomaso De Zorzi eremita, che ha di essa buona cura e dista dalla pieve circa 5 miglia » ; 4° – che nelle altre visite pastorali è ricordata la dipendenza dalla pieve di S. Stefano. Per voto comunale, in cui è compresa pure la parrocchia di Cassone, si viene quassù processionalmente, due volte all’anno: il giorno di S. Zeno (12 aprile o seguenti) ed il giorno. di S. Rocco (16 agosto o seguenti), e parecchie altre volte per implorare da Dio, colla intercessione dei santi, grazie spirituali ed anche temporali, specialmente la pioggia, allorchè la campagna è colpita dalla siccità . E spesso fu notato che quando si salì per impetrare la pioggia, la si ottenne quasi sempre. Prima di lasciare questo luogo alpestre dobbiamo ricordare ancora un documento che, secondo qualcuno, lo riguarda. Nel 1022 Giovanni vescovo di Verona, con un decreto ordinò la ricupera e la restaurazione del monastero di S. Zenone una volta edificato nel luogo detto Geruone (Guone, Degone), ma per incuria da molto tempo distrutto. Lo dotò di tutto quello che possedeva prima, cioè famiglie, terre, vigne, olivi, aggiungendo la sorgente di Cassone coi molini edificati sopra essa in tutto il suo corso, dalla via pubblica fino al lago, con quattro pertiche di terreno da una parte e dall’altra. Ordinò tutto questo affinchè venisse decorato coll’ufficio della primiera religione, poichè altrimenti resterebbe interamente privo dell’assiduità  del divino servizio, essendo posto in luogo solitario. Stabilì amministratore del rinnovato monasterietto l’abate Guglielmo, religioso sollecito, erudito, avveduto e grandemente onorato da tutto il ceto dei chierici e dei frati. Dove fosse il luogo detto Geruone (Guone, Degone) in cui esisteva il rovinato monastero di S. Zenone, è difficile rintracciarlo coi soli dati del decreto giovaniano. Documenti contemporanei, che ne facciano cenno, non si conoscono. Dal possesso della sorgente e dei molini di Cassone ci fa pensare che non dovrebbe essere fuori della zona occidentale del Baldo. Il solitarie positum ci dice troppo poco, perchè vi sono anche adesso molti luoghi solitari tanto in riva al Benaco quanto nelle forre del monte. Il Biancolini, nella sua opera « Delle chiese di Verona », lib. 3°, p. 291, lo suppone a Cassone; nel lib. 4°, p. 835, lo reputa in questo romitorio; e nella pag. seguente, 836, lo crede a Malcesine. Mettendolo in tre luoghi senza plausibili argomenti, vuol dire che non dovette essere in nessuno dei citati, perchè ognuno ne ha due contrari. Ed invero, nè a Malcesine, nè a Cassone conviene il sic Sotitairie positum, perchè ville popolate; e se fosse stato a Cassone, il documento lo avrebbe detto chiaramente, come lo disse parlando del1a sorgente e dei molini . Il sopra citato notaio Turazza, in atto del 12 aprile 1766, accennando a questa chiesetta di S. Zeno di Malcesine, posta circa 800 metri sopra Cassone, scrive: « Eremo di S. Zeno in monte Guone luogo alpestre», ed in altro del 13 successivo, scrive ancora: « nella venerabile semplice chiesa di S. Zeno in monte Guone di Malcesine » . L ‘aggiunta specificativa di S. Zeno « in monte Guone » apposta a questo eremo dei SS. Benigno e Caro farebbe supporre che quivi fosse esistito il monastero di S. Zeno, di cui parla il decreto che abbiamo per mano, e tale supposizione concorderebbe con la seconda opinione del Biancolini; ma esaminiamo un poco se vi sia qualche probabilità  di vero. Anzitutto vorremmo sapere in qual documento il not. Turazza pescò che il luogo ove esiste l’eremo dei SS. Benigno e Caro sia detto Guone. Perchè contro ciò sta il fatto, che nei tempi tanto anteriori alla sua asserzione, quanto posteriori, non fu mai espressa quell’aggiunta; e cinque anni dopo non la conosceva neppure lo stesso Biancolini, che invece di usarlo per accertare la posizione del monastero, seguì le notizie raccolte da quelli sul posto, e lo riputò in tre luoghi. E vero che al tempo dei SS. Benigno e Caro, quassù esisteva un oratorio « aediculam oraculi », e che vi si teneva una specie di cenobio, avendo veduto i messi di Rotaldo e di Pipino « virum Benignum nomine et discipulum eius, qui Carus vocabatur », ma non si legge che questo fosse dedicato a S. Zeno, nè che il luogo fosse detto Guone (altri: Geruone, Degone). Ma, dato anche che così fosse chiamato, (stante che pur oggi molti luoghi distanti fra loro portano un nome eguale) non crediamo che a questo convengano le note espresse nel decreto . Questo sarebbe in monte, in precisa rupe, in loco praerupto, come notano i citati codici L e CCIV della Capitolare. Quello del decreto esisteva nel luogo detto Guone (altri: Geruone, Degone), senza altra aggiunta, che avrebbe dovuto porre per non creare confusioni, come sarebbe la presente. Questo sarebbe inadatto, se non impossibile, per una continua dimora invernale. L ‘altro, ha l’opportunità  di averla per la divini honoris assiduitate. Inoltre, questo S. Zeno, se fosse veramente quello indicato dal decreto, che ne ordinò la riedificazione, farebbe sorgere un grave dubbio sull’adempimento del comando vescovile. Sia perchè gli edifizi non corrispondono alla natura d ‘un monastero, piccolo quanto si voglia. Sia perchè la chiesetta non comparisce esistente nei secoli XI e XII negli elenchi di proprietà , o dei monaci di S. Zeno, come la chiesa di San Vito ad ventos, o della Pieve di Malcesine, come le cappelle di S. Angelo, S. Nicolò al Melarolo, dei SS. Simone e Giuda, e Giovanni a Campo ed altre, o del vescovo di Verona come i terreni nella campagna malcesinese. Mentre dopo la promulgazione del decreto giovanniano, risulta che qualche cosa fu fatto. Lo rivela un documento di compravendita rogato a Malcesine sotto il dì di marzo 1023, nel quale si trovano famuli S. Zenonis, tanto i venditori quanto ì compratori. Ed un altro del 14 gennaio 1159 riconosce e conferma alla pieve di S. Stefano di Malcesine la proprietà  della cappella di S. Zeno di Brenzone colle decime e colle possessioni. Il che concorderebbe con la dote fatta al monastero, in famiglie, terre, vigne, olivi e la sorgente di Cassone coi mulini. Quella chiesetta di singolare costruzione romanica a due navate disuguali, con tre piccole absidi pure disuguali, col campanile interno al principio della nave minore verso borea, porta seco tutte le note caratteristiche espresse nel decreto. Cioè: il titolo di S. Zenone; la vecchiezza nel 1022, essendo ricordata in documenti del 757 e 769; il sistema della costruzione proprio dell’ottavo ed undecimo secolo; il gallo in vetta al campanile, simbolo della sveglia o della campana, usato in quei tempi dai monaci benedettini, quali erano gli investiti; il luogo adatto per la continua dimora trovandosi in riva al lago; e nello stesso tempo solitario, “in loco campestri, vis. vesc. 1529”, perchè lungi dai villaggi, e dalle strade fino al 1836; il caseggiato attiguo, sufficiente per un piccolo cenobio; il nome del luogo Geruone (gerone), perchè formato da ghiara, o Degone, decorso d’acqua o torrente, perchè posto sulla riva destra di uno e poco distante dalla sinistra d’un altro. Dopo tutte queste osservazioni e considerazioni, non abbiamo difficoltà  a concedere che la chiesa di San Zeno dall’oseleto sia il monastero di cui parla il decreto del vescovo Giovanni e non questa che lasciamo.

Testo tratto da “Malcesine” di Giovanni Borsatti

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