Chiesa dei SS. Benigno e Caro detta della Disciplina

Questa chiesuola si trova incastrata tra le casupole nella parte più alta della borgata. E’ ad una sola nave con volto a botte. L’ unico altare, in marmo rosso e bianco, in stile barocco, contiene un vecchio crocefisso. Prima del 1784, sorgeva in mezzo al piccolo presbitero, poi fu rimesso in fondo al medesimo, per far posto ai confratelli, che erano 140. Sulla parete verso l’epistola v’è un affresco della Trasfigurazione di N. S.; sull’opposta, l’Ultima Cena. Fuori della balaustra, e sopra la porta del campanile, si ravvisa un pregevole lavoro d’ignoto pittore del rinascimento. Il quadro rappresenta i due santi Benigno e Caro presso il letto del cieco Bartolomeo Fioravante, a cui ridonano la vista, e nello sfondo la confraternita dei medesimi santi. Lo stesso quadro è riprodotto in piccolo sotto la finestra, al Iato dell’epistola, mentre sotto quella, al Iato dell’evangelo, sono raffigurati i santi nell’anticamera vescovile, sospendenti ai raggi del sole i mantelli inumiditi dalla pioggia, presa lungo il viaggio, fatto a Verona, allorché andarono a discolparsi da false accuse, come dice una pia tradizione o leggenda. Il medaglione sopra l’altare coi due Santi in adorazione dinanzi al SS. Sacramento, è lavoro di Bernardino Casari, pittore di qui, circa la fine del XVIII secolo; il resto è recente decorazione di Martini Giuseppe, dilettante del luogo. La porta verso borea e di fronte a quella del campanile, mette nella piccola sacristia, piuttosto umida, perché più bassa del terreno esterno. Non è nota l’origine della chiesetta. Le più vecchie notizie risalgono al 1532, riportate nei libri della visita pastorale, in cui è detto, che era luogo di grande devozione, e che aveva assegnato un sacerdote per officiarla. Ora è sede della Compagnia dei Rossi, ossia Confraternita del SS. Sacramento, la quale fu riconosciuta dal governo napoleonico, mentre le altre confraternite furono soppresse ed i loro beni demaniati. II piccolo campanile, quadrangolare, acuspidato, con guglie negli angoli, poggia sul tetto. La facciata è una abbozzatura con finestra quadrata nel centro, due nicchie dalle parti, occupate dalle statue dei santi titolari, ed una porta quadrata sovra due gradini. All’altezza delle grondaie delle case adiacenti si vedono tuttora infissi i ferri, che servivano una volta per tirare la tenda sopra il piazzale nel dì della sagra.

Testo tratto da “Malcesine” di Giovanni Borsatti